Il libro di gennaio
Questo libro è un insieme di saggi scritti da alcuni dei più bravi traduttori italiani contemporanei. Si intitola Il mestiere di riflettere. Storie di traduttori e traduzioni. È a cura di Chiara Manfrinato, è pubblicato da Azimut e costa €12,50.
Tutti i proventi raccolti dalle vendite sono devoluti a Biblit, salotto virtuale frequentato dai traduttori, nonché crogiolo di amicizie, consigli e opinioni sulle questioni letterarie e sui problemi pratici del mestiere.
Sono andata alla presentazione del libro presso la libreria Flexi a Roma, in una sala, piccola sì, ma stracolma di traduttori che volevano saperne di più su quei colleghi che, per una volta, sono diventati autori, come recita il pay-off.
Nel libro, ogni traduttore-autore (Susanna Basso, Rossella Bernascone, Anna Rusconi, Riccardo Duranti, Daniele Petruccioli, Isabella Zani e molti altri) presenta la storia di una traduzione specifica, alla quale è legato in maniera particolare.
La gran parte dei traduttori-autori parla di incontri, metaforici o meno, con scrittori importanti e ammirati, dell’insicurezza di essere all’altezza del compito, delle difficoltà, delle strategie, dei compromessi e dei successi.
Vorrei citare un breve brano che mi ha molto divertito, estratto dal saggio di Denise Silvestri:
Sono negli spogliatoi di una palestra, poco prima di una lezione, e scambio con una compagna di corso due chiacchiere. La mia interlocutrice, che chiamerò miss Nobel per lasciarla nel più totale anonimato, mi domanda cosa faccio nella vita.
“La redattrice”, le rispondo. Faccio anche quello infatti.
“Ma se ti porto la piantina di casa mia mi dici come sfruttare meglio il salotto. Mi sembra di aver disposto male i mobili…”
“No, scusa, mi sa che hai sentito male. Non faccio l’arredatrice, sono una redattrice“.
Tutto questo mi ha ricordato quella volta che ero andata a fare fisioterapia e la mia terapista mi ha chiesto:
“Che lavoro fai?”
“Sono una traduttrice, lavoro da freelance”
“Ah che bello! E dove sta Freelance?”
“Ehm, sta a Roma, sicuro che non lo conosci…”
Un altro saggio molto interessante è quello di Daniele Petruccioli, Letteralmente a pezzi, alle prese con “la storia di un’immaginaria isola dell’Atlantico [...] in cui il governo comincia a dichiarare fuorilegge – una dopo l’altra – le lettere dell’alfabeto. Siccome è un romanzo epistolare, a ogni capitolo se ne va una lettera”. Puff, pant! E poi dicono che i traduttori non sono creativi…
Un altro saggio che ho letto con molto piacere è quello di Federica D’Alessio e Chiara Marmugi che, nelle vesti di traduttrici-autrici-attrici, offrono al lettore un “atto teatrale unico” in cui si interrompono e si rimbeccano continuamente in maniera scherzosa, trasformandosi, alla fine, in due licantrope-vampire. Del resto, hanno tradotto Eclipse, il terzo libro della saga di Twilight.
Questo è un libro significativo, la sua stessa esistenza è significativa. È sicuramente un successo per i traduttori, ma il suo vero scopo è quello di rendere questa difficile professione, crocevia di molte competenze, un po’ più conosciuta e, magari, anche apprezzata.
Un’iniziativa decisamente degna di essere diffusa è quella proposta nel blog Il mestiere di riflettere: si possono prendere libri in prestito (libri rigorosamente tradotti e offerti dai rispettivi traduttori), leggerli nel tempo massimo di un mese e poi spedirli al lettore successivo, che si è prenotato spedendo una mail a: ilmestierediriflettere at gmail punto com.
L’importante è che il lettore sottolinei, scriva e commenti, integrando il testo originale per lasciare un po’ di sé agli altri.
Un bel libro, e non solo per i traduttori. (Tra parentesi, ho apprezzato molto la carta, profumata e levigata).

Ti ringrazio molto per la citazione… giurin giuretta, tutto verissimo!
Figurati, non avevo il minimo dubbio che fosse vero!
penso che su questi sketch si possa scrivere un libro!! sono troppo buffi!
“lavoro da freelance” hahahahaha
Ciao Raffa!
Mi fa piacere vedere che ogni tanto ti affacci sul mio blog!
Ti ringrazio anch’io della citazione (sono la licantropa). Mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato.
Sul nostro mestiere, eccoti un altro paio di siparietti di vita vissuta:
“Beata te che vieni tutti i pomeriggi al parco con tuo figlio. Capace fai la casalinga…”
“No, faccio la traduttrice e lavoro al mattino quando è al nido, mentre fa il riposino, dopo cena e al fine settimana”
“Eh, c’è proprio chi ha tutte le fortune del mondo…”
“Che lavoro fai?”
“La traduttrice”
“Di quelle che traducono le lettere dei manager?”
“Alle volte capita”
“Eh, ve la tirate tanto e poi in fondo siete delle segretarie. Mia cugina ha fatto il linguistico e lei sì che le sa le lingue, ora fa l’hostess”
“Ma cosa traduci?”
“In genere libri”
“Eh capirai la fatica, è tutto già pronto, tu devi solo ricopiarlo in un’altra lingua”
Ah ah! Non c’è proprio limite!
Comunque non capisco l’astio, sarà invidia…
Grazie di queste perle, quasi quasi ha ragione Raffaella, andrebbero raccolte in un bel libro.
Ma guarda, io non lo vedo nemmeno come astio, piuttosto come ignoranza. Questa gente pensa davvero che la traduzione sia un fatto automatico: tu sai una lingua, sai scrivere e il gioco è fatto. Lavori quando vuoi, come vuoi, inizi e finisci quando ti pare, lo fai nei ritagli di tempo.
E poi chissà quanto si immaginano che veniamo pagati. Quando ha visto il trailer di Twilight il tipo che mi ha venduto i mobili della cucina si è fregato le mani, pensava che coi soldi del film (come se uno che traduce, poi traduce di tutto, libri, film, e magari fa pure la comparsa e la truccatrice) ci saremmo riarredati casa.
Ah ah! mamma mia… è l’unica cosa che mi viene da dire!
Ottima iniziativa quella del mestiere di riflettere