Il libro di maggio

Il libro di maggio è un libro triste. The Road, di Cormac McCarthy (Sulla Strada tradotto in italiano da Martina Testa, Einaudi, 220 pp., €16,80). Mi ha fatto rimanere sveglia per due notti: la prima a leggere la prima metà del libro, la seconda a finirlo.
Questo libro è un monito.
Ci presenta una possibile realtà del futuro. Una realtà fatta di cenere, di polveri che si respirano senza poterlo evitare, della lotta per la sopravvivenza, dell’eventualità di perdere tutti i riferimenti culturali davanti alla disperazione e diventare capaci di azioni terribili.
Due cose vincono su tutto questo: l’amore di un padre verso suo figlio e la speranza di un futuro migliore.
I due viaggiano soli, attraverso un paesaggio più che desolato, verso sud, nella speranza che una regione diversa possa offrire loro cibo e calore. Viaggiano spesso lungo la strada, spingendo un carrello rotto che contiene i pochi averi raccolti qua e là. E sempre sull’altolà, attenti che non arrivi nessuno a rubare quei pochi stracci o le poche scatolette di cibo rimaste. I due parlano poco, non c’è molto da dire, ma in quelle poche parole e nei gesti amorevoli del padre, c’è tutta la forza e la speranza che il mondo un giorno sia diverso.
Il ritmo è lento, la scrittura asciutta, i dialoghi scarni, eppure si ha fretta di leggerlo, per vedere se il mondo diventerà un posto migliore oppure no. Il mondo, inteso sia come luogo fisico sia come teatro delle emozioni umane.
È un libro che turba perché ci presenta una realtà futura possibile. Monbiot, infatti, ci scrive un articolo e il Guardian inserisce l’autore tra le 50 persone che potrebbero salvare il pianeta.
Riporto l’inizio del libro (dal sito Einaudi):
Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti piú buie del buio e giorni uno piú grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n’era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l’acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell’acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lí, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parte all’altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell’oscurità.
Con la prima luce grigiastra l’uomo si alzò, lasciò il bambino addormentato e uscí sulla strada, si accovacciò e studiò il territorio a sud. Arido, muto, senza dio. Gli pareva che fosse ottobre ma non ne era sicuro. Erano anni che non possedeva un calendario. Si stavano spostando verso sud. Lí non sarebbero sopravvissuti a un altro inverno.
Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell’oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l’asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiú fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo. Abbassò il binocolo e si tirò giú la mascherina di cotone dal viso, si asciugò il naso con il polso e riprese a scrutare la zona circostante. Poi rimase seduto lí con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.
Spesso i visionari sono coloro che hanno ragione da vendere. Spero che McCarthy non sia uno di loro.
Brrrrr… inquietante, ma meno male che c’è…
E penso che meriti conoscenza, quindi ora ti linko
Grazie Roberta, sono commossa!