
Piazza Duomo
Mi ci sono laureata e ci ho studiato un master: l’Aquila è stata casa mia per circa 7 anni.
Sono estremamente dispiaciuta e abbattuta che la città che conoscevo palmo a palmo ora non c’è più, insieme a 294 persone.
È molto difficile esprimere a parole quel misto di profonda tristezza e rabbia che provo. Per fortuna tutti i miei amici sono vivi, anche se alcuni sono stati colpiti da lutti in famiglia o hanno perso la casa.
Non entro nella polemica, visto che si sa che in Italia le cose sono sempre fatte male, così come si sa che molto probabilmente nessuno pagherà per aver guadagnato sulle vite degli altri.
E c’è chi la vede come una vacanza in tenda: tutti gli stranieri sono scioccati dal vergognoso senso dell’umorismo di Berlusconi. Ma perché non sta zitto per una buona volta? Abbiamo davvero toccato il fondo. Mi fermo qui, altrimenti mi ribolle il sangue…
Stando quassù, a Londra, mi sento inutile. Ho seguito gli avvenimenti online sul sito della Repubblica, in diretta, aggiornando la pagina ogni 3-4 minuti per 4 giorni, e mi sono trovata a spiegare alle persone che mi chiedevano se conoscevo il posto, quanto sia legata all’Aquila, all’Abruzzo e ai suoi abitanti con la voce rotta e trattenendo le lacrime.
Ieri, cercando tra le mie borse di tela per portare la spesa, ho trovato quella che ho comprato alla libreria Colacchi, di fronte a Palazzo Camponeschi, in via Roma, all’Aquila, che riporta questa poesiuola:
Quandu ‘u Gran Sassu
se mette ‘u cappejju,
vénnete le crape e comprete ju mantéjju,
quandu ‘u Gran Sassu
se cala le brache
vénnete ju mantéjju e comprete le crape.
Questo è il mio insignificante omaggio al popolo abruzzese: la gente più tosta che abbia mai conosciuto.